Nero e viola

Abbandonai il mondo della musica appena prima di diventare un -enta, dopo tredici anni di sforzi inutili e quintali di polvere mangiata.
Era veramente difficile suonare in un gruppo a Roma, specie se questo gruppo si chiama Starlette.
Perché se non sei realista, se non stai con i piedi per terra, se ti lasci tentare dalle avances della vita da rockstar, la musica diventa la più abile delle puttansuore.
Ti ci fa credere, ti fa tagliare traguardi effimeri, ti fa sembrare ogni cosa più grande di quanto sia realmente.

Tant’è che, dopo dieci anni di rock, mi ammalai.
Una patologia abbastanza comune, di cui non amo ricordare il nome, che in sostanza ti fa credere di essere altro rispetto a ciò che realmente sei.
Io, nel mio miserrimo caso, mi ero convinto di essere famosissimo.
Ma attenzione, non famoso, famosissimo.

Cominciai a bardarmi in maniera onnicoprente prima di uscire di casa, ero stanco delle foto dei paparazzi, delle interviste appena prima di entrare al ristorante, dei gossip da Novella 2000.
Ero stanco degli autografi chiesti a tutto spiano, che se firmi il primo poi non ti levi quei pezzi di carta dalle mani prima di una buona mezz’ora.
Ero stanco delle groupies che bussavano puntualmente alla mia porta dopo i concerti, ero stanco delle ragazzine che vomitavano urli in si bemolle settima (che d’è?!) non appena alzavo una mano, ero stanco di anni ed anni di backline allestite, ti soundcheck rimediati, di centinaia di migliaia di euro in royaltes.
Ero stanco delle scopate di gruppo, dei bis, dell’uscire dal palco per poi rientrarvi, degli accendini su Radio Rimorso, del pogo su Il mio clown, dei balli all’ecstasy su Caduta libera e Non si può. Ero stanco dei cori di gruppo su Lèna, dei movimenti para-Daft Punk su Jack, dei finti strazi su Il cielo è indaco e delle lacrime urlate su In mente.
Ero stanco delle classifiche, di Top of the pops, dei duetti con Marina Rei, delle collaborazioni con Benny Benassi. Ero stanco delle aperture a Nine Inch Nails e Depeche Mode, dei duetti con gli Afterhours, delle guest-star Morgan e Battiato.
Ero stanco di Al Bano che cantava in acustico Il cielo è indaco a Buona domenica. Ero stanco della cover punk di Intima melodia fatta dalle Pornoriviste, ero stanco di sentire Kamchatka al Nasqa e delle telefonate di Radio Rock.

Tutto ciò esisteva nella mia testa.
Lei non sa chi sono io!
Ciò che intorno era viola, lo era per questo, per questa mia esistenza alternativa.

E ricordo anche un evento particolare, in questa vita.
Fu bello vederla ballare le nostre canzoni, fu bello in particolare vederla scatenarsi all’Olimpico sulle canzoni che erano state scritte per lei, che parlavano di lei.
Fu bello vederla sfoderare quel sorriso alcolico su Qualcosa non va, un pezzo che era lei, lei in tutto e per tutto, un pezzo che sotto la musica allegra e sorniona nascondeva rabbialivoreamarezza. Anche quel ritornello, così apparentemente positivo ed in realtà così acre, quelle parole al vetriolo, quei sogni da sprecare, quelle cose da iniziare.

Mi faceva piacere notare, ancora una volta, che non capiva niente, che non aveva mai capito niente, che non si era mai impegnata a capire niente, che forse non le era mai davvero interessato capire niente.

Fu in quel momento, che mi svegliai.
Che guarii improvvisamente, senza l’ausilio di psicofarmaci o antidepressivi.
Fu quel particolare momento in cui realtà ed immaginazione vennero a contatto per un istante.
Un bivio che colsi al volo.
E da quel momento capii tutto.

Capii che la musica, nei primi tempi in cui la vivi, è una presa per il culo.
Appetibile, catchy, conturbante. Te la fa credere talmente bene che ti ci masturbi da mane a sera.
Poi, in seconda istanza, diventa un bel calcio nei coglioni.
Una botta forte e decisa, una punizione di Mihajlovic sulle palle, svegliarsi colpiti da una palata di ghiaccio.
E’ quando capisci che è tutto finto, che qui non si va da nessuna parte, che ciavevano raggione quelli che cantavano Nooo future for meee.
E appena dopo, la musica torna a farsi culo.
Precisamente, un calcio nel culo.
Ti butta fuori dall’uscita secondaria senza se e senza ma.

Ma in quel momento capii anche un’altra cosa.
Capii che, con tutto questo andare tra cazzi e culi, io e la musica avevamo decisamente poco a cui spartire.

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