Va’.

Non c’è niente da fare, ieri sera ho ricevuto l’ennesima conferma del fatto che suonare la tua musica dal vivo è l’emozione più forte che si possa provare. Pensavi che non ti saresti fomentato con la batteria elettronica, ve’?, e invece ti rendi conto che non è così, che qualunque cosa tu abbia sottomano è un’iniezione di adrenalina nel buco della cappella, è una gioia talmente grande da farti vomitare, è meglio di qui lo dico e qui lo nego/anzi no!, non lo dico e basta! del sesso, sì.

Certo, se avessi evitato di agitarti come Keith Moon avresti preso qualche stecca di meno, ma non ci posso fare niente, come non posso evitare di andare a cacare se faccio caffèsigaretta, come non posso evitare di intristirmi se leggo un vecchio diario, perché l’ho già detto, poi, che nessuno può dire di conoscermi veramente se non mi ha mai visto suonare. Perché in quel me c’era tutto, c’era il Claudio sì megalomane, tracotante ed affetto dal ballo di San Vito, ma anche quello estremamente entusiasta nei confronti del fare, quello che porta un profondissimo rispetto al senso del bello, quello che riesce a gestire molto meglio il suo amore nei confronti delle cose e delle arti piuttosto che quello nei confronti delle persone.

E pazienza se c’è qualche altro angolo di vita che non smette di fare polvere, perché per un’ora c’è solo il tuo gruppo e la tua musica, e tu quando ti accorgi che siete già a Il mio clown cominci a fare il conto alla rovescia e pensi Dio no, non ora, non me lo togliere ora, e resti lì che inciti gli altri a stirare le parti strumentali, li convinci ad improvvisare, e non perché pensi piaccia al pubblico, ma perché piace a te, e non trovi giusto che la tua ora di felicità passi così in fretta.

Non mi divertivo così tanto da una vita, cazzo.

Resto convinto che non capisco come qualcuno possa godere così tanto suonando uno strumento diverso dalla batteria.

Ah, scherzo, ovviamente.

Massimo rispetto per chiunque abbia il culto del mettersi in gioco.
Del proporre.
Del creare.

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