Faccia di gomma

E la stanza gira, continua a girare.

Il miglior modo per riafferrare la situazione quando ti sta sfuggendo di mano è tenere sotto controllo tutto ciò che hai intorno. Perché la vita è beffarda e non ti regala mai niente di definitivo. Perché la mente è come un fiume in piena che tu non puoi capire né controllare, al limite puoi immergere un braccio nell’acqua e tirare fuori qualche pensiero a caso, senza alcun merito se riesci ad inquadrarlo bene.

Ma la stanza, la stanza continua a girare. E così mi appanna la vista come un bambino dispettoso che passa uno straccio bagnato sulle tempere ancora fresche. Ed è così che diventano inquadrabili solo gli oggetti più grandi, quelli dalle forme più semplici, che riescono a sfuggire al disturbo di questo moto circolare uniforme. Una sorta di Bignami della vita, se vogliamo essere retorici.

Questo è quel che gli occhi mi concedono. La porta-finestra, con i suoi intarsi color legno solo genericamente percepibili. La scrivania con annessi e connessi più o meno inutili. La libreria nuova, che ha dato spazio alla vecchia e respiro alla camera. Il letto. Be’, e che c’è da dire su un letto?

“A volte mi chiedo dove ci stia portando tutto questo.”
“Non lo so.”

Certo, che non lo sai. Tu non sai mai.

“Ma a te piace? Ti piace, voglio dire, questa situazione?”
“Non lo so.”

E come ti sbagli.

“Non faccio altro che sentirmi messo alla prova.”

E questo? Lo sai, questo?

E la stanza gira, continua a girare.

La vista, in fondo, è solo un senso e può essere dominato. L’ho sentita in giro, quella storia che i ciechi hanno tutti gli altri sensi molto più sviluppati. Io, ora, la vista la sto perdendo. E quindi, Dio, esigo i vasi comunicanti nella mia testa.

Come uno schizzo reso visibile da un acuto archeologo, ecco comparire il computer. Con Messenger, e tutte le sue risposte inattese. Basta socchiudere gli occhi e lavorare di immaginazione, ed ecco spuntare il portacarte. Con le sue lettere mai date, i suoi ricordi infantili, le cartoline da Firenze. I ricordi dei tempi in cui, se questa cosa avesse voluto leggerla qualcuno, sarebbe dovuto venire da me a chiedermela. La chitarra. Uno strumento a me alieno, perché a voi chitarari qualcosa è sempre dovuto. I libri dell’università, dentro di essi una vita mal spesa e ben vissuta.

La voce va via che manco a Serj Tankian. Il respiro si fa goffo, quasi avessi preso trenta chili in un minuto. Mi ero sempre chiesto come sarebbe stato. Ora so dirlo: è lento. E prevedibile.

Lo capisci, Ruggero? È così che vanno le cose. Capita che io mi avvicini e tu ti allontani. Che io mi allontani e tu ti avvicini.

È giusto così.
È bello così.
È sempre così.

Gira, la stanza, continua a girare.

Post correlati secondo criteri di dubbia valenza scientifica

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *