Il siero delle ambiguità

Nessuno mi aveva preparato al tuo definitivo silenzio. Nessuno mi aveva spiegato cosa significa un silenzio eterno. Adesso ascolto il silenzio sapendo che sarà sempre uno, due, tre… e sempre silenzio

Ultimamente i miei pensieri assomigliano al parto zoppicante di un maldestro programmatore: uno slideshow troppo rapido, una serie di immagini sfreccianti che nemmeno fai in tempo ad acchiapparle, ché la testa corre troppo più veloce della parola

“Però dai, tu sei molto bravo ad esprimere ciò che pensi.”

Mmmh, no, non sono d’accordo. Sono bravo, magari, a gettare un braccio alla cieca nel ruscello che mi scorre in testa, afferrare un’immagine, portarla agli occhi e poi spaccare il capello, studiarla in tutte le sue idiosincrasie, memorizzarne ogni singolo aspetto. La tua confusione – e il tuo arrancante discorrere senza meta – sono invece molto più veritiere, molto più rappresentative proprio perché olistiche. Proprio perché tu confusione provi e confusione esprimi, quindi sei onesto con te stesso, mentre io pesco un fattore, di questa confusione, e te lo delineo con chiarezza, con la conseguenza di farmi ossimoro vivente ogniqualvolta si parli.

Come qualcuno che, per dirti di che parla un libro, ti riassume un capitolo a suo piacimento.

È così che l’Hit Mania Dance 2007 del cervello di Claudio sono i nomi.
Un tempo, ai nomi davo pochissima importanza.
“Ciao, piacere, NicolaGiovannaElenaMarioFedericoAsdrubaleZoe.”
E dopo due secondi l’avevo già dimenticato. Troppo impegnato a studiare la persona, per dar retta al nome. Troppo.
Ora, invece, i nomi sono la mia nuova ossessione. Li prendo, li studio, me li rigiro tra i pollici come lo schivo scienziato del Teorema del delirio, li leggo e rileggo, mi lascio aggredire, ma soprattutto mi chiedo perché.

Mi chiedo perché una persona si chiami in uno specifico modo. Mi chiedo se effettivamente meriti il nome che porta. Mi chiedo perché, in alcune occasioni, escano fuori proprio certi nomi.
“Che so, io ad esempio mia figlia non la chiamerei mai Zoe.”
“…”
“…cos’è?”
“Perché Zoe?”
“No, va be’, era per dire un nome strano.”
“…sì, ma perché proprio Zoe?”

Tra una smitragliata di nomi che si possono dare, lui tira fuori proprio Zoe, proprio Zoe, solo ed esclusivamente Zoe, il nome che io vorrei dare a mia figlia. Inquietante, direi.

E mi chiedo, dicevo. Mi chiedo come un nome possa suonare completamente diverso se ad indossarlo è mia zia anziché un’abbronzata anima ondulocapelluta. Se ad indossarlo è mia nonna piuttosto che il giallo canarino di un’amica lontana.

Il mio rapporto con le parole è mutato. E’ diventato nevralgico, spaventato. Adesso certe parole sembrano aggredirmi, perfino mozzarmi il fiato.

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