Orgasmo (i ventiquattr’anni della nostra personalissima Caporetto)

Resto convinto che poche parole – forse nessuna – presentino una connotazione da spartiacque sociale come questa. Orgasmo divide i buoni dai cattivi, i benpensanti dai provocatori, i reazionari dai progressisti. Per alcuni è un tabù, per altri addirittura un peccato (neanche fosse un sinonimo di dispersione del seme); per alcuni è un obiettivo fine a se stesso, per altri l’unico vero tratto distintivo degli esseri umani, un punto di contatto che accomuna tutti indifferentemente, senza discriminazioni di sesso, razza, estrazione sociale e religione (be’, perdìo, su quest’ultimo punto ci sarebbe pure da discutere).

Ma c’è di più. Orgasmo ha una valenza fonetica paragonabile forse solo a quella di Lolita. Pensate a come nasce, come si sviluppa, come si conclude. Tre sillabe che sono tutto un programma. Parte in sordina, le labbra chiuse in un cerchio dal diametro infintesimale, quasi a voler prendere fiato prima di un’immersione, una sorta di processo di iperventilazione, una griglia di partenza nella corsa verso il piacere. Poi si sapre, raggiunge il suo zenith, si fa ipertrofia in una sillaba centrale – gas – che già presa singolarmente rende l’idea di una potenza devastante ed incontrollabile, che libera la sua lavica invadenza come un palloncino che ti sfugge di mano mentre lo stai annodando. Infine si chiude, torna come prima, ma solo apparentemente, perché in realtà è l’esatto opposto. Le labbra sì chiuse, ma stavolta in un’espirazione che libera il fiato trattenuto dall’inizio dell’atto, le mani tremanti che sfiorano il petto, il pube che sussulta in spasmi convulsi, la testa che spegne tutte le lampadine e lentamente ricomincia a girare.

Da quel momento ogni cosa sembra assumere un senso. Persino il sudore diventa la cornice romantica di una breve poesia carnale.
Io, in questo istante, ti ho dato tutto.

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