Surrealion

Si svegliò con un cerchio alla testa pazzesco. I fumi dei Cuba Libre consumati la sera prima gli irritavano ancora il nervo occipitale, e nella gola sentiva riaffiorare lentamente la scarsa qualità delle patatine comprate al Lidl per la sua festa.
Guardò l’orologio, le cinque e mezza, e barcollando imboccò il corridoio che portava al soggiorno. Ancora prima di accedervi l’olfatto fu appestato dal tanfo di birra e fumo che pervadeva la metà della casa, ma quello che vide una volta entrato nel comedor avrebbe fatto un baffo a L’appartamento spagnolo: bottiglie di Heineken riversate a terra, tracce di chili persino sulla tivù, pezzi di torta incrostati nei divani e mozziconi di canna spenta su qualsiasi cosa fosse anche minimamente difficile da pulire. Il piede destro rimase appiccicato su una chiazza di sangrìa seccata sul parquet, mentre avanzi di tortillas donavano alle sedie e allo stereo una policromia che aveva del kitsch.
Pazientemente, afferrò una scopa e cominciò a ramazzare proprio sotto il festone recante la scritta Buon compleanno Claudio. Oggi la sua casa era la più sudicia di tutta Barcellona, e lui avrebbe dovuto pulirla senza l’aiuto di mammà perché il buon Dio aveva avuto l’ironia di fargli cadere il compleanno proprio durante il suo Erasmus.

L’ultimo piatto veniva messo a scolare rendendo più appetibile lo spinello che aveva preparato durante le pulizie, acceso con soddisfazione e quasi con trionfalismo, ebbro di felicità per aver superato una prova che avrebbe fatto rizzare i capelli alla migliore delle massaie. Sette enormi sacchi neri, pieni di bottiglie di birra vuote e di qualsiasi porcheria i suoi amici spostati avessero sparso in casa durante la festa, attendevano cauti vicino alla porta d’ingresso.
Attento a non turbare il capolavoro di pulizia che aveva appena creato, afferrò il posacenere e si avviò gongolante verso il soggiorno finalmente splendente, deciso a sorbirsi qualsiasi fiction di serie B che la televisione catalana gli avrebbe proposto, confidando nel fatto che l’hashish avrebbe portato il suo indice di gradimento di qualsivoglia programma ben al di sopra della sufficienza.
Aprì la porta del soggiorno socchiudendo gli occhi per evitare che il fumo vi entrasse, ma di lì a poco la cosa fu inutile, perché la canna non poté fare a meno di cadere oltre la sua bocca spalancata. Davanti a lui aveva lo stesso, identico casino che aveva appena finito di rassettare: stesso tanfo di birra, stesso chili sulla tivù, stesse bottiglie riversate a terra, stessa chiazza secca di sangrìa in cui si impiastricciava lo stesso piede.
Rimase basito per qualche minuto, cercando di capire se fosse stato il post-sbornia a fargli credere di aver affettuato una pulizia mai avvenuta, o se fosse l’incombente fattanza e fargli vedere un disordine che in realtà non c’era più. In ognuno dei due casi, non era abbastanza lucido da trovare una risposta, per cui afferrò la scopa e ricominciò lentamente a pulire.

Il doppio della fatica, il doppio dei piatti da lavare, il doppio dei sacchi da buttare, ma per fortuna anche il doppio delle canne da fumare. Quella che si era rollato durante la seconda pulizia attendeva paziente di essere accesa, stesa vicino al frigorifero. La appicciò mentre ancora finiva di sciacquare l’ultima stoviglia, e non appena l’acqua smise di scorrere il suo orecchio fu solleticato da un vociare ovattato e distante.
Qualcuno doveva essere entrato mentre lavava i piatti, e si avviò incuriosito verso il soggiorno per capire che fosse. Forse amici di Andrés. No, Andrés è al lavoro, magari di Carolina. Man mano che si avvicinava sempre di più alla porta del salotto, notò che il chiacchiericcio si faceva sempre più chiassoso, e che i vetri delle finestre ballavano seguendo la sessione ritmica di una musica sparata a livelli da mandato di cattura internazionale.
E gli si raggelò il sangue nelle vene nel notare che il suo ingresso nel comedor fu più trionfale del Mondiale di Fabio Grosso. Circa trenta persone popolavano l’ambiente, bevendo birra a fiumi e rollando canne che avrebbero steso il più indefesso dei fattoni. Ninì, in coma etilico, riversava litri di vomito dall’angusto balcone, mentre l’ennesimo Brindisi per Claudio! rinvigoriva uno spirito di gruppo reso parodistico dall’elevato tasso alcolico. Andrés, nel suo angolo, preparava un’altra Caipirinha, mentre Laura e Iacopo, sul divano, slinguazzavano spensieratamente. Fuori la finestra, un buio cupo e freddo riportava le lancette dell’orologio alle due del mattino.
Impossibilitato a resistere ai richiami che gli giungevano da destra e manca, afferrò una birra gelata e sedette tra Giorgio e Fran, pensando già alla sgobbata che l’avrebbe atteso il pomeriggio successivo. Quasi non aveva paura, però. Ormai la conosceva bene.

Dopo aver riassettato lo stesso identico casino per tre volte di fila, aveva assunto una sistematicità impressionante, per cui far tornare di nuovo la casa in condizioni normali non gli portò via troppo tempo. L’unica cosa che lo infastidiva era doversi sorbire ogni volta il rincoglionimento dopo-sbornia, che non è certo la più piacevole delle sensazioni.
Aveva finito di lavare i piatti da tempo, ma indugiava ad accendere lo spinello post-pulizia, come temendo che fosse quello a far tornare ogni volta tutto come prima. Ad ogni modo, non poteva certo rinunciare ad un po’ di benefica tossicodipendenza, per cui diede luce alla capocchia gonfia del suo personale e si incamminò verso il salone. Chiuse gli occhi davanti alla porta, pregò Dio che il tempo ricominciasse a girare nel verso giusto, si sentì sollevato dall’assenza totale di qualsiasi schiamazzo ed entrò nel soggiorno.
Ci mise un po’ prima di trovare il coraggio di liberare lo sguardo, ma quello che vide lo fece sentire premiato per la sua cautela. Il salotto era pulito, limpido, ordinato, la luce fuori le finestre rimarcava inequivocabilmente la presenza del sole e non c’era traccia di rifiuti organici sull’arredamento. Sollevato, fece un lungo tiro dalla canna ed accompagnò l’espirazione lasciandosi andare sul divano. Poi, si fece sfuggire un sorriso ed accese la televisione.
Dopo qualche minuto, però, la sua attenzione fu catturata da qualche particolare curioso. Sul tavolo campeggiavano bottiglie di Lidl- Cola piene, accompagnate da due interminabili pile di bicchieri di plastica. Accanto ad esse, disteso con cura, un lungo festone verde con un pennarello stappato a fianco. Recava la scritta Buon comple.
Preso dall’ansia, si catapultò in cucina ed aprì il frigorifero. Tra un numero impressionante di bottiglie di birra piene campeggiava una grossa torta con cui candeline a fianco.

Preso dallo sconforto, tornò in salotto, completò la scritta sul festone e salì su una sedia per appenderlo.
Prima dell’imminente arrivo degli ospiti.

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