Avrò casa al piano terra

Negli innumerevoli test del tipo Scopri-quanto-mi-conosci che circolano nel web c’è una domanda ricorrente:

Seguo le regole o sono un ribelle?

Ho sempre pensato che la risposta che più mi si addice fosse nessuna delle due cose. Semplicemente perché trovo ridicolo che possa esistere una risposta assoluta e decontestualizzata a questo problema. Paolo Limiti, nel suo essere così boriosamente retrò, è un ribelle. Santoro, nel suo cercare ossessivamente la provocazione, segue le regole. Le regole non scritte, è questa la chiave.

Le regole non scritte, è per questo che odio i semafori. I semafori sono sincronizzati, segnano il verde, l’arancione (giallo?!) e il rosso sempre negli stessi identici istanti della giornata. In questo modo il semaforo ammazza il caso, distrugge la coincidenza. Veicola i veicoli (ho un certo gusto per la cacofonia, ultimamente) a ritrovarsi nel medesimo punto senza lasciare scampo alla casualità. Le regole non scritte dicono che quando si sta insieme ci si ama, le regole non scritte dicono che quando ci si lascia ci si odia, le regole non scritte dicono che ai tuoi genitori devi sempre e comunque voler bene.

Io, in questo senso – ma solo in questo, perché per il resto sono quanto di più conformista si possa immaginare – sono un ribelle. Se studio tre giorni a esame e prendo trenta è perché disprezzo le regole. Se sono triste quando non ho motivo di esserlo è perché disprezzo le regole. Se evito accuratamente alcuni film, alcuni siti ed alcune canzoni è perché ne disprezzo le regole. Se ho paura, questo costante e lancinante senso di paura, è perché disprezzo le regole. Se l’unico modo per sfogarmi è scrivere, invece, è perché le regole le seguo. Alla lettera.

Me lo diceva Luca, qualche giorno fa. “Mi sono accorto che nella mia vita la musica è stata l’unica cosa in grado di rendermi veramente felice”. Lo penso anch’io, lo sottolineo (lo “quoto”, per usare un linguaggio più nerd e mainstream) in pieno. La musica è stata l’unica cosa che ho amato dall’inizio alla fine della mia esistenza. L’unica cosa che non ha mai smesso di darmi emozioni, di appagarmi. Io non posso stare sui balconi. Quando avrò una casa mia, “una casa in cui essere sempre felice”, sarà al piano terra. Questo proposito lascia pensare che non ce l’avrò mai, “una casa in cui essere veramente felice”.

Sempre più spesso mi chiedo se esista un modo di porre fine a tutto questo dolore. Sempre più spesso mi chiedo dove sia il luogo, lo spazio in cui quest’ansia si possa spegnere definitivamente. Anche tu mi hai tradito: “La panacea di tutti i mali è la distanza”. E invece non è vero, stavolta non hai ragione, Danie’. Ci ho provato, non funza. Mi sono iscritto ad un corso di laurea recante la dicitura “Internazionale” proprio perché ero convinto che, da qualche parte nel mondo, esistesse un calmante per tutta questa sofferenza.

Invece, tutto quello che ho dentro è sempre ed inesorabilmente con me. Forse è sempre ed inesorabilmente me. Su una cosa sola, Danie’, forse hai ragione.

Io resto qui.

Già, perché ovunque io vada, resto sempre e comunque qui.

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