Lady Paranoia

Penso che chiunque, almeno una volta della vita, abbia il diritto di sentirsi un musicista. Ci sono diversi modi di esprimere i propri sentimenti, diverse maniere di trasmettere le proprie emozioni. Ci sono migliaia di lingue, centinaia di migliaia di sguardi, milioni di gesti, ma la musica, la musica possiede una capacità di comunicazione che va oltre l’efficacia della reale empatia.

Perché quando Paolo ti svolta una canzone con due note di synth, quando Giovanni si presenta in sala con un nuovo pezzo in fase embrionale (di quelli che lo capisci da due note, che saranno grandi canzoni), quando Andrea suona quelle poche note di basso che-sono-le-note-giuste-al-momento-giusto… allora e solo allora capisci che, anche se una volta usciti dalla sala le uniche parole che vi scambierete saranno cassofiga e quant’altro di meno impegnato e serio si possa mai immaginare, in verità in due ore di prove vi siete detti – di voi stessi – molto di più di quanto fiumi di libri possano descrivere.

Noi musicisti non abbiamo bisogno di parole. Per noi parlano le note. Noi siamo i nostri strumenti. E quando siamo in sala, noi non siamo altro. Il suono vince su tutto, ognuno è se stesso e il suo strumento contemporaneamente. E ci conosciamo molto meglio di come potremmo se ci vedessimo ogni giorno senza suonare, perché tra noi esistono i migliori intermediari. Scrivi un pezzo, lo arrangi, e poi cosa lasci? Un po’ di niente, qualche nota persa nell’eco di una sala.

Ma è uscita fuori una creatura cui vuoi bene più di un figlio. Una creatura che vive per te, che parla per te. Una creatura che racconta creatività, empatia e stima reciproca.

Questa va a voi, allora. Che in poco più di sei mesi siete diventati una delle poche cose capaci di farmi sentire veramente vivo, e felice.

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