Para-Paranoia-Para-Paranoia (è cambiata la canzone del mio blog)

Non pensavo che Ascanio Celestini potesse colpirmi così tanto, a teatro. O perlomeno non pensavo che potesse colpirmi in maniera diversa rispetto a tutte le altre rappresentazioni teatrali. Ho infatti una naturale tendenza a commuovermi in queste occasioni, non so spiegare perché. Forse vedere gli attori dal vivo crea un’empatia irripetibile in qualsiasi altra circostanza (eccetto la musica, com’è ovvio). È così che quasi sempre, durante e dopo lo spettacolo, scoppio in un pianto scemo, inutile e infantile. Me ne vergogno un po’, onestamente.

Ma Ascanio Celestini non è stato così. Me l’aveva anticipato Andrea anni fa, consigliandomi di vedere un suo spettacolo. Io l’avevo scaricato ma mi ero rifiutato di vederlo, proprio perché sono convinto che vedere il teatro in televisione è come ascoltare la musica in codice morse. Poi, Dario e Chiara mi hanno regalato il biglietto, quel biglietto che tengo ancora nel portafoglio. Perplesso da quel pizzetto belloccio e dal suo sguardo affascinante (“sempre diffidare da chi è bello e fa arte”), ho iniziato ad ascoltare.

Non è pianto, non è riso. La cosa che mi ha colpito di più de “La pecora nera” è che per tutto lo spettacolo ho riso; puntualmente, poi, ogni venti minuti avevo la netta sensazione di stare sul punto di esplodere nel mio pianto infantile, e ancora più puntualmente ciò non accadeva. Perché un secondo dopo stavo di nuovo ridendo, a crepapelle. Poi, lo spettacolo è finito. Nel suo silenzio è aleggiata una voce registrata, di un’intervista ad un malato mentale.

Era già accaduto altre due volte, nel corso dello spettacolo. Quest’ultima, però, non ho resistito e sono scoppiato a piangere. Di quei pianti stupidi, umidi, infantili. Di quelli che ti vergogni, a far vedere che piangi, perché “porca puttana, sei in pubblico, circondato da gente che non conosci, come puoi farti vedere così?!”. Di quei pianti aspri, con le mani che battendo ne scandiscono il ritmo. Di quei pianti che bruciano, che non ti riescono a far tenere gli occhi aperti, perché come ho appena detto bruciano bruciano bruciano e bruciano troppo.

Bruciano gli occhi, bruciano le mani quando le strofini su di essi. Brucia la testa, piena di pensieri. Brucia il cuore, ché sembra sempre stia per cessare di battere. Bruciano i piedi, ché sembra non riesca più a muoverli. Brucia qualcosa, qualcosa dentro. Qualcosa che ti fa male e non lo vuoi ammettere, ma lui te l’ha svestita. Ti brucia in tutta la sua verità.

E ti ricorda
puntualmente
appena può
(non si lascia sfuggire l’occasione)
(figurati)
(troppo ghiotta, per non farti male)
la tua incredibile
mesta
mediocrità.

E il bello è che
non è vero.

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