La logica di potere

I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; ma il punto ora è di cambiarlo (Karl Marx)

20 luglio 2001: durante le manifestazioni contro il G8 Carlo Giuliani viene ucciso (accidentalmente o no) dal fuoco di un carabiniere che lui stesso stava assaltando. Quando cercavo di difendere la memoria di una persona uccisa – e badate bene, senza giustificare la condotta aberrante che la vittima aveva assunto in quel momento, ma solo spiegando che la morte, in qualsiasi circostanza essa giunga, è sempre e comunque una cosa orribile – mi sentivo rispondere in questo modo: “Eh, ma se al posto di quello là a morire fosse stato Mario Placanica, ora voi comunisti non parlereste così”.

Sebbene le circostanze siano completamente diverse (e quindi non oso neanche paragonare le due situazioni), ieri a Catania è avvenuto qualcosa di lontanamente simile all’ipotesi adottata da chi mi contraddiceva. Un uomo è morto per una partita di calcio, un poliziotto è morto per una partita di calcio. E io, che agli occhi di chi Difendeva il carabiniere del G8 ero il “Comunista” irrazionale e con gli occhi bendati, lo difendo, e difendo il dolore di una famiglia che soffre per la perdita di uno dei suoi membri, così come difendevo Carlo Giuliani: prescindendo completamente dal discorso “chi ha ragione e chi ha torto”, che per me era diverso. Ugualmente, forse più importante (premesso che Carlo Giuliani aveva torto marcio), ma su un piano del discorso diverso.

C’è un che di metafisico, di trascendentale nella morte, e per questo il dolore che comporta non può essere ignorato di fronte a ragionamenti (giustissimi, ripeto) di carattere razionale. E’ anche per questo che non sopporto questi caroselli mediatici di condanna, come non sopportavo il moralismo nazionale sulla morte dei soldati di Nassiriya e il qualunquismo – di alcuni amici, quelli sì, “Comunistelli irrazionali” – sulla morte del manifestante al G8. Un evento del genere non deve essere pane per i media, fare condanne è giusto ma è d’uopo mantenere anche una certa discrezione di fronte al dramma allucinante e personale della morte.

Il problema è che se accadono cose come quella di ieri è anche (ed oserei dire soprattutto) a causa di un disagio sociale la cui presenza e imponenza sono innegabili. C’è un substrato della società a noi completamente sconosciuto, un substrato fatto di strappabigliettai dello zoo e montatori di infissi, di commessi del supermercato e operatori ecologici, che non avendo avuto niente dalla vita aspetta solo la domenica per la partita di calcio. E per tutto ciò che le sta attorno. Gente che aspetta il fine settimana per sfogare le proprie frustazioni, per prendersela con qualcuno del fatto che la vita, a loro, non ha dato niente.

È facile fare come me, sparare sentenze dal posto caldo della mia ADSL, dal mio status di borghese, studente universitario ed aspirante pubblicista con i soldi di mammà: me ne rendo conto e per una volta, quindi, provo a mettermi nei panni di chi vive una situazione diversa dalla mia. Perché l’emarginazione e (se presente) la povertà, ragazzi, fa incazzare la gente. E di brutto. E’ per questo che chi si sente discriminato sfoga la sua rabbia contro qualsiasi cosa rappresenti il potere e la società benpensante, crogiolandosi poi nella condizione di “diverso” e “combattente” (situazione che noi, ahimé, alimentiamo pesantemente).

Il problema, infatti, è di comunicazione. Non esistendo una morale del calcio, non esistendo alcuna direzione di pensiero né linea di condotta, la gente finisce per prendersela con i simboli. E’ una cosa creata dalla politica, dal calcio fatto di vallette e pensatori strampalati, dai servizi di Studio Aperto sull’ennesima shampista di Christian Vieri. Non è stata importata, nel calcio, una cultura di sportività che funga da punto di riferimento quando qualcuno deve effettuare una scelta. E’ per questo che il “celerino” diventa “infame” – così, a priori, solo per il suo indossare la divisa -, la “presidenza” diventa “corrotta” e gli arbitri maiali.

Qual è l’esempio che hanno dato Luciano Moggi e la sua Calciopoli, Preziosi e la sua valigetta di soldi “per Maldonado”, Manfredonia e tutti quelli dello scandalo scommesse? Che nel calcio si può fare di tutto uscendone impuniti. Non c’è morale, non c’è pensiero: non mi venga a dire Moggi che quello di ieri è stato uno scandalo – non perché non lo sia, infatti lo è al 100% -, ché se è successo la colpa, indirettamente, è anche sua. Bisogna creare una filosofia del calcio, che deve partire da un’impostazione di base, una rivoluzione che deve colpire le fondamenta della società.

È un discorso utopico, irreale, sono d’accordo: ma mi volete dire che fermare i Campionati di calcio sia una soluzione adatta? Forse che, tra una o due settimane (perché cari miei, siamo tutti bravi nei cordogli di facciata, ma quando si sente l’odore dei soldi di Sky non è facile evitare di scendere a compromessi), quando tutto ricomincerà, i tifosi del Catania, della Roma, del Livorno saranno diventati improvvisamente calmi ed aperti al dialogo? Non saranno, invece, ancora più incazzati di prima, furiosi per aver tolto loro l’unica cosa che hanno? Non avranno, dal loro ingiustificabile punto di vista, l’ennesima conferma che le guardie sono infami, la società discrimina, i vertici del calcio sono più sporchi del culo di una battona?

E non venite a dirmi che la soluzione è aumentare i controlli degli stadi: in Inghilterra, dove ciò è stato fatto, qual è stato il risultato della cura-Blair? Che i tifosi adesso si massacrano lontano dallo stadio, prima e dopo la partita. Il discorso è di più ampio respiro, deve riguardare un cambio netto di mentalità sociale e non solo sportiva, ché se i tifosi pensano in questa maniera assurda è perché i valori odierni sono sbagliati, i politici sono sbagliati, l’arrivismo, la competitività, l’invidia, la discriminazione sono sbagliati.

Logorroico come al solito, sono stato. Ma questo argomento mi fa avvelenare. Non pretendo di dare insegnamenti a nessuno, e tengo presente che i miei 23 anni ancora mi concedono di pensare l’impossibile, di sperare che qualcosa cambi in questo mondo, cambi davvero e non solo di facciata. Ma una delle poche cose che ho imparato, visitando il Perù, la Romania, stando anche un minimo a contatto con chi non ha niente, non ha niente davvero, è che in queste situazioni la gente ha bisogno di qualcosa contro cui combattere.

Tutti noi non potremmo fare a meno dei nostri nemici, dei nostri obiettivi da colpire, dei nostri zar da rovesciare. Sta a chi come noi ha avuto la fortuna di assimilare, anche in parte, un vero spirito del calcio, cercare di spiegare che le soluzioni sono altre, non è il celerino o il tifoso avversario. Altrimenti ognuno avrà il proprio personale nemico: i tifosi le guardie, le guardie i tifosi e i manifestanti, noi i tifosi violenti. Si creeranno così mille fuochi, e succederà come ieri, quando quella scandalosa guerra civile ricordava i fuochi di Baghdad. Con la differenza che noi non siamo stati invasi da nessuno, ma ci scanniamo così per ventidue ricconi benpettinati che rincorrono un pallone cucito da un ragazzino indiano.

È ora di far capire che l’obiettivo comune dev’essere un altro: non le persone, non i simboli del potere. Ma la mentalità ottusa e hobbesiana che sta alla base della logica di potere stessa.

L’ideologia dominante è sempre stata l’ideologia della classe dominante […] La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi” (Karl Marx, anche stavolta… e non per partito preso)

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