Being Guido Bagatta

“Ma cos’hai? Sembra sempre che ci sia qualcosa che ti turba.”

Ti sembro turbato. Eh già, ancora una volta hai ragione. Non so come fai ma hai ragione. Mi dici sempre di pensare alle cose semplici, ma non è facile per una persona come me.
Ho una scena che mi resterà sempre stampata in fronte: ai tempi del liceo, mio fratello torna a casa, entra in salone e mi guarda esterrefatto. Tra le mie mani, “La famiglia Winshaw” di Coe; in tv, il Televideo vomitava notizie di calcio; nello studio comunicante suonavano le note dei REM; il computer acceso scaricava canzoni a velocità che oggi risulterebbero imbarazzanti; accanto a me, il libro di fisica.
Mio fratello rimane qualche secondo in silenzio, poi mi dice: “Ma che cazzo fai? Studi, leggi, guardi la televisione, ascolti la musica, tutto insieme?”

Chissà quante volte un interlocutore sempre diverso (e irrilevante) mi avrà detto quelle stesse parole, da quel giorno. Le frasi che mi sento dire più spesso sono “Ma come fai a fare tutte queste cose?” o, saggiamente, “Tu fai troppe cose!”. C’è anche chi mi dice che ho già vissuto tre o quattro vite nell’arco di vent’anni, in quanto ad attività, o chi giustamente mi avverte: “Hai una vita davanti per massacrarti di lavoro, perché lo fai adesso?”

Già, perché lo faccio adesso?
Perché con cadenze da brivido aggiungo costantemente tasselli alle mie attività?

Perché, chi mi conosce lo sa, tutta la mia vita è sempre stata una costante ricerca del mio limite. Una sorta di Super Saiyan dei poveri, diciamo. Tutte le cose che faccio, o meglio l’innumerabilità delle cose che faccio, è determinata e messa in moto da un senso di insoddisfazione latente che mi spinge di giorno in giorno ad essere sempre di più, ad esigere sempre di più da me stesso.
Cerco sempre di essere di più, fino allo sfinimento. E questo da un lato è un bene, perché mi stimola a migliorarmi (chi determini, poi, che questi cambiamenti siano positivi è un mistero; io, forse?); dall’altro un male, perché il motore della mia iperattività è il mio “non mi basto mai”. E’ il mio senso di insoddisfazione latente che mi spinge verso traguardi lontani, sempre più effimeri, sempre più irraggiungibili.

Ragiono fino alla morte su ogni mio errore.
Mi danno per qualsiasi sbaglio che commetto (e ce ne sono stati, cazzo).
Per questo, sono sempre turbato.
Perché non sono mai soddisfatto.
Ogni volta che raggiungo un Claudio cerco immediatamente di acchiappare quello successivo.
Come una specie di staffetta.
Solo che, porca puttana, corro solo io.

E dove va a finire, uno che corre da solo?
Si sfinisce?
Muore?

“Pensa alle cose semplici.”
Quant’è vero.
Qualche cosa di semplice, in me, forse c’è. Un’isola di tranquillità nella mia persona turbolenta. Ed è già un miracolo. Un mezzo miracolo, anzi. Perché per come sono fatto, sono sicuro che si dovrà ingrandire.

E allora, staffetta di nuovo in mano. Senza numero. Anzi, con un numero solo.
Il mio. Il tre.

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *