Comin’ back home

Nello stereo c’è un cd che mi hai fatto tu. L’altro, quello di Bjork, ha un piccolo problema: non riesco a mandare avanti le tracce, ma non importa. Lo ascolterò sempre tutto d’un fiato. E poco importa se anche la mia radio ha un problema: non è collegata alla batteria, e quindi ogni volta che spengo la macchina non memorizza che traccia stavo sentendo. Poco importa, ogni volta che rimetterò in moto partirà dall’inizio, e sarà come noi, come la nostra storia, ogni volta un nuovo inizio, ogni incontro è come se fosse il primo.

Nell’altro senso della strada vedo i semafori che incontro ogni volta che vengo a casa tua, quei semafori che credo di non aver mai trovato verdi. Ogni attesa di vederti, del resto, per me non sarebbe mai abbastanza breve. Mi piace la faccia che fai quando esci dal cancello, quello sguardo indecifrabile e un po’ triste che poi si illumina in un sorriso a trentadue denti. Un sorriso diverso, che non si ferma allo smalto ma coinvolge le labbra, gli zigomi, e su su fino agli occhi, che si stringono come serrande chiuse e mi privano la vista del verde più limpido.

Mi piace quando mi strofini la mano sul braccio come quando si scrosta il grasso dalle padelle. Lo so, sembra brutto da dire, e magari lo è, ma questo non fa che dare forza a quello che provo: che mi piace. Mi piace quando mi ecciti baciandomi le orecchie, mi piace quando sei tu ad ansimare sul mio corpo, e mi piace quando dico le stupidaggini e tu mi prendi per il culo. Forse per questo stasera, mentre un nu-jazz sconosciuto mi suona nelle orecchie presentandosi e scoprendomi come il più affabile dei paraculi, sto guidando con il sorriso.

Quello sbagliato, il mio.

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