Controtempo, o della gioia di essere un musicista

Immaginate di svegliarvi alle cinque e mezzo del mattino dopo essere andati a letto alle tre la sera prima. Immaginate di dover caricare, da stracci umani, un’infinità di strumenti, amplificatori e pedaliere in un bagagliaio che non sembrerà mai abbastanza grande. Poi, dopo il terzo caffè in poco più di due ore, mettetevi in guida verso un’altra città, un’altra regione, e una volta arrivati lì scaricate tutta la roba che avevate messo in macchina al momento della partenza.

Poi perdete più di un’ora a montare una batteria in una sala prove improvvisata, ad accordare gli strumenti e a cercare di far uscire il miglior suono possibile dagli stessi. Immaginate inoltre di provare, provare fino alle stremo delle forze, suonando circa otto ore di fila e gettando di tanto in tanto il naso fuori dalla finestra, per paura che il tempo birichino vi giochi qualche scherzo prima della tanto attesa serata.

Immaginate di prendervi solo un’ora di pausa per pranzare, e di incontrare, andando verso la trattoria, il palco dove stasera vi esibirete. Immaginate di coprirlo da soli, per evitare che l’eventuale pioggia danneggi le strumentazioni, e pregate Dio perché ciò non accada. Immaginate, poi, di smontare tutta la strumentazione che appena dieci ore prima avevate rimontato, per caricarla in macchina e portarla cinquecento metri più in giù, al palco.

Montate tutto ciò che avete appena smontato, cercate di dare al palco una parvenza professionale ed aspettate trepidanti l’inizio delle prove generali. Immaginate di fare un soundcheck al freddo e al gelo, lungo più di un’ora e un quarto, per far sì che ogni strumento esca da una spia precisa. E immaginate la vostra ansia nel vedere una parte del pubblico annoiato ed infreddolito che non aspetta la fine del soundcheck stesso.

Immaginate, dopo una lunga attesa, di iniziare a suonare. Male, magari, o perlomeno non al massimo. Già, ma male o bene, a cosa serve? Cosa resterà, delle nostre canzoni, in questa fredda piazza de L’Aquila? Forse qualche nota nell’aria che si perderà in un ritornello canticchiato nella testa di uno spettatore? Forse il ricordo di un gruppo troppo rumoroso, tecnico, superbo, uno di quei gruppi da “quelli si drogano, mi sa”?

Immaginate poi di bere una birra fra la gente, cercando riscontri che non arrivano mai, provate ad aggirarvi tra la gente silenziosa sperando che la stessa vi rivolga un commento, che so… un complimento, magari, e restateci male nel notare solo il silenzio più totale. Immaginate, all’una di notte, con la piazza ormai vuota, di risalire sul palco e smontare tutti gli strumenti, per portarli di nuovo nella sala prove improvvisata dove domani, di mattina presto, tornerete per riprendere tutta la roba da riportare a Roma.

Immaginate, poi, che mentre state smontando la batteria un ragazzo del pubblico salga per caso sul palco avvicinandovi alla strumentazione, ed immaginate che un tecnico del suono lo fermi dicendogli: “Questo spazio è dei musicisti“. Immaginate un brivido caldo, una sensazione di gioia che vi pervada le membra stanche, immaginate che valga la pena di aver fatto un’impresa così faticosa ed assurda solo per sentirsi chiamare così, “musicista”. Solo per avere la gioia dello status di “musicista”.

Immaginate di avere fatto tutto questo solo per quella parola, immaginate che non esista fatica abbastanza grande da renderla meno importante. Allora, e forse solo allora, capirete qual è la gioia di essere un musicista.

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