Il gatto

Aveva un nome spigoloso, romantico e un po’ triste come solo i paesi dell’Est sanno regalare. Breve, rapido ma troppo spesso ingiustamente abbreviato da una x che lo privava del suo fascino orientale.

Non faccio caso al nome quando conosco una persona, preferisco concentrarmi su altri particolari. È per questo che fatico moltissimo a ricordarlo e devo sempre chiederlo una seconda volta, per associarlo nella maniera migliore a tutto ciò che ho visto ed apprezzato.
Il suo nome, in particolare, era onirico e ridondante, uno di quei nomi che lo senti, te lo scordi immediatamente, poi ti viene ripetuto e da quel momento non te lo togli più dalla testa. Quelle lettere, una di quelle così strana e inusuale da trovare in un nome italiano, quelle lettere combinate così, quasi a caso, come in una partita di Scarabeo, quelle lettere che non ci avresti mai pensato che disposte in quel modo potessero dar vita ad un suono così duro e affascinante.

Quel nome mi faceva pensare che avesse qualcosa al suo interno, mi faceva pensare che dovesse esserci tutto un mondo di significati che andava oltre la sua struttura grammaticale. Ci doveva essere un qualcosa di più, ci doveva essere un pensiero ossessivo e martellante, uno di quei pensieri che vorresti raccontare a tutti se non fosse bagnato del tiepido brivido del “troppo presto”, uno di quei pensieri che ti fanno sorridere mentre giri il cucchiaino nel caffè. Al ristorante.

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