Nitido e spiazzante come un uovo di Pasqua senza sorpresa

Quand’ero giovane lavoravo come cameriere in un ristorante. Quasi tutto il personale era composto da ragazzi della mia età o giù di lì, tutti rigorosamente studenti ed altrettanto rigorosamente in nero. Tra questi c’era una ragazza che, in ossequio alla privacy, chiamerò Giovanna Meloni. Dire che era stupenda sarebbe riduttivo: i suoi dolci capelli neri, lisci e troppo spesso ingiustamente ingabbiati in una bandana, le cadevano sulle spalle con discrezione. Il suo corpo minuti si muoveva con difficoltà tra i mille tavoli da servire, e vederla sudata, di quel sudore lento, secco e inodore che solo le donne sanno emanare, era l’unico barlume di eccitazione tra una Margherita e una Quattro Formaggi. Gli occhi neri e spiritati scrutavano il mondo senza capirlo, donandole una parvenza di decontestualizzazione che la rendevano spaesata e speciale come una spiga di grano in uno scenario postnucleare.

Suonava l’arpa. L’arpa, Cristoddìo, l’arpa. Tuttora sono convinto che non incontrerò più nessuno, nella vita, che suoni uno strumento così particolare. Non la vidi mai sfiorarne le corde, ma sono convinto che, se mai l’avessi vista, sarebbe stata stupenda e irrinunciabile esattamente come mi immaginavo. Per tre anni aveva recitato, una roba strana che neanch’io, da sempre appassionato d’arte, riuscii mai a capire: una sorta di teatro delle movenze, spettacoli basati sul linguaggio corporeo e facciale, una cosa che avrebbe fatto addormentare anche Marzullo. Ma addosso a lei tutto aveva un senso, tutto aveva un criterio. Condivideva le mie stesse passioni per i libri e il flusso di pensieri solitario, mi dava l’impressione di essere saltata fuori da qualche sogno remoto di cui avevo scordato l’esistenza.

Non ebbi mai il coraggio di avvicinarmi a lei, di dirle ciò che pensavo, di farle capire che oltre lei non c’era musica, frase o pensiero che potesse appagarmi allo stesso modo. Perché era fidanzata, fidanzata da tre anni con un ragazzo che non vidi mai, e che mi immaginai straordinario, attento, comprensivo. Li immaginavo a casa mentre lei le confessava le sue ansie, e lui lì ad ascoltarla, li immaginavo e li invidiavo perché sapevo che ai suoi occhi non sarei mai stato perfetto quanto lui. Ogni volta, quando uscendo dal ristorante portava il cellulare all’orecchio per sentirlo e mettersi d’accordo su dove si sarebbero visti, volavo con lo sguardo a quella realtà, e mi ci immaginavo io, goffo e impacciato, incompleto e imperfetto.

Durante l’inverno smisi di lavorare al ristorante per iniziare a dare ripetizioni, e persi tutti i contatti con il personale del ristorante. Alcuni di loro non li vidi mai più, e ancora adesso mi chiedo che fine abbiano fatto. Poi, un giorno, nel mio pub di fiducia, incontrai tre amici che avevano lavorato con me, e che continuavano a farlo. Tra una birra e una sigaretta, uno di loro mi disse: “Sai che Giovanna si è lasciata con il ragazzo?”, e da lì qualche ruota, da qualche parte del mondo, ricominciò a girare, e nella mia testa si accese un allegro carillon. Il giorno dopo ero già lì, a pulire i tavoli in attesa dei clienti e a scrutare attento e discreto il librone delle prenotazioni, per lavorare lo stesso giorno in cui lavorava lei.

La vidi, alcuni giorni dopo, ma fu subito dolore. Fu subito un muro di suono stonato che mi ruppe la testa, fu il crollo di ogni proposito: si era rifidanzata. Si era GIA’ rifidanzata, anche se, qualsiasi intervallo di tempo avesse fatto passata tra la fine di una storia e l’inizio di un’altra, per me sarebbe sempre stato troppo “già”. Ma mi fece ancora più male scoprire CON CHI si era fidanzata: un burbero idiota che ogni tanto bazzicava il ristorante, che veniva a mangiare da solo, si ingozzava, si lamentava per i prezzi e, quando non reclamava un servizio più veloce, tamburellava nervosamente le dita sul tavolo in attesa della pizza. Lo stereotipo del cliente che ogni cameriere odia.

Non cantava, non suonava, non recitava, non leggeva, aveva appena il diploma e non sapeva mettere due parole in fila. Con la scusa che era il ragazzo di una che conoscevo, provai un minimo a conoscerlo nei mesi successivi, ma non trovai mai, e sottolineo mai, un qualcosa che lo facesse speciale quanto lei. Grasso, puzzolente e nullafacente, barcamenava tra i tavoli, la abbracciava e rideva come un idiota, e io mi rodevo, mi rodevo come un matto per essere così diverso da lui, per essere così… migliore, forse.

Poi, un giorno, non resistetti e la presi da parte. Dovevo togliermi la curiosità e al contempo farle capire almeno un minimo cosa pensavo di lei. Le afferrai il braccio il più virilmente possibile, la guardai con un’espressione incuriosita e le chiesi: “Giovanna, dimmi una cosa. Una ragazza così bella, così affascinante, interessante e piena di cose da scoprire come te, perché si è messa con quel tipo?”.

Lei si sciolse e mi sorrise candidamente, un sorriso che non penso scorderò mai, un sorriso che non ritroverò più in nessuno sguardo e in nessuna canzone. Mi carezzò una mano donandomi un brivido divino, mi puntò dritto in faccia quel suo sguardo annichilente e mi disse:

Sai, mi hanno detto che ha un cazzo come una trivella. Ed è vero.

Share this...
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on RedditEmail this to someone

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *